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ZUCCHERO: PRESENTAZIONE NUOVO ALBUM CHOCABECK

  “Chocabeck”,  Zucchero presenta il suo nuovo album a Brescello 

Le tavole apparecchiate, il rintocco del campanile, il vociare degli anziani radunati in piazza: è il ’suono’ della domenica’ che dà l’impronta a ‘Chocabeck’, ilnuovo album di Zucchero, dove il bluesman immagina la vita in un paesino, dall’alba al tramonto, come accadeva nella sua Roncocesi e come accade ancora oggi a Brescello, il borgo reso famoso dalla saga cinematografica di Peppone e Don Camillo, dove Adelmo Fornaciari ha voluto presentare quello che ha definito ‘l’album delle radici”.

‘Il suono della domenica’ è anche il brano che più di tutti rappresenta questo concept album all’emiliana e che Bono degli U2 ha tradotto in ‘Someone elses tears’ per la versione internazionale, che uscirà a gennaio per Decca. Internazionale anche il tour di presentazione, che partirà l’8 maggio da Zurigo.

Gazzetta di Parma

Brescello in festa per Zucchero

Il bluesman reggiano ha presentato domenica al museo di Peppone e don camillo il suo ultimo album “Chocabeck”

BRESCELLO. Zucchero Fornaciari ha presentato domenica, a Brescello, il suo ultimo album di inediti “Chocabeck” che uscirà in tutto il mondo il 3 novembre. Teatro della presentazione, non a caso, il Museo di Peppone e don Camillo. Zucchero ha scelto Brescello perché assomiglia a quel paese dove è nato, Roncocesi, che oggi non esiste più essendo praticamente diventato la periferia di Reggio. C’è sempre stata un’affinità – ha detto Sugar _ tra quello che vivevo e i film di Peppone e don Camillo. Mio zio, detto Guerra, faceva delle litigate furiose con Don Tagliatella… poi alla domenica lo chiamava a pranzo”. Per il suo album delle radici, Zucchero ha ricostruito in musica una domenica di paese, dall’alba al tramonto, con i modi di dire degli anziani e i vezzeggiativi dell’infanzia. Un mondo dove c’era più serenità e meno arroganza”. “Mi sono accorto _ ha spiegato Sugar _ che non ci sono alternative. Se penso alle mie radici e da dove vengo, se riesco ad arrivare a sera e sono riuscito a rimanere bambino, sto bene con me stesso. E’ quando guardo avanti che sto peggio…”.

A cura di Chiara Cabassa per Gazzetta di Reggio Emilia

Mi sento come Peppone, paesano e sempre bambino

Oppure semplicemente è cambiato. Sì d’accordo, Zucchero ha sempre iniziato i suoi dischi tambureggiando energia. Stavolta, nel nuovo Chocabeck, ci sono tre ballate molto, ma molto, serene. Prima gozzovigliava tra rhythm’n’blues e soul. Ora è molto «roots», quasi folk, anche se un paio di volte ci dà dentro e squaderna pure versetti dei suoi, tipo il «dove c’è pelo c’è amor» di Vedo nero. È il suo miglior disco da anni, innanzitutto (prodotto oltretutto da mostri sacri come Don Was e Brendan O’Brien). E forse molto dipende dal fatto che «a 55 anni mi sento più libero, non penso se ciò che compongo andrà bene per le radio o cose del genere». Intanto sta benissimo, lui Zucchero, sorridente e vitale quando si siede alla scrivania di Peppone nel museo «Peppone e Don Camillo», qui nella bassa reggiana dove Giovanni Guareschi ha condensato l’Italia degli anni Cinquanta, mentre pioviggina umidità fuori dalle finestre e il paese è in festa manco ci fosse una festa dell’Unità. E si spiega lentamente, un pensiero dopo l’altro, tenendo per ultimi quelli che fanno notizia (i superospiti, suvvia, il disco è zeppo) e per primi quelli che gli stanno proprio lì, sulla punta della lingua e non ce la fanno a far finta di niente. Però Zucchero tutti si aspettavano un disco arrembante: e invece. «Presuntuosamente lo chiamo un concept album: parla di un paese immaginario, simile al Roncocesi dove sono nato e dove c’erano due cose, la Chiesa e il partito comunista. E’ poco distante da qui e perciò ho scelto Brescello per presentarlo». C’è il rischio amarcord, però. «No, sono partito da un ricordo, il ricordo di un’epoca in cui magari si litigava ma poi si faceva pace. Mio zio Guerra, un marxista maoista leninista, passava il tempo a litigare con don Giovanni che noi chiamavamo don Tagliatella perché aveva una panza così. Mio nonno Cannella diceva: mai visto un prete magro. Bel clima. «Ma alla domenica o alla sera, mio padre spesso diceva: però adesso don Tagliatella è solo come un cane. E lo invitavamo a mangiare da noi. Ho i flash di un periodo con più serenità e meno arroganza. Ecco, c’è molta affinità tra quello che vivevo e i film di Peppone e Don Camillo». Per chi tifava? «Beh, tuttora io mi sento un Peppone. Ma certo, se avessi trovato un prete simpatico come Fernandel…». Sta parlando di una serie di film vecchia di sessant’anni. Ora c’è internet. «E grazie a lei la musica è diventata una salumeria: un po’ di prosciutto, un po’ di mortadella e via così. Invece io credo ancora che un album abbia bisogno di omogenità nei suoni». Scusi, ma il titolo? «Chocabeck è una parola che usava sempre mio padre. Ero abituato al dolcetto a fine pranzo della domenica. Così gli chiedevo sempre: cosa c’è di dolce? E, se non c’era nulla, lui rispondeva: c’è del chocabeck». Ossia? «Una parola dialettale che indica il rumore del becco quando si chiude e non c’è nulla dentro. Mi ha sempre trasmesso molto amore. Per non annunciarmi crudelmente che non c’era nulla da mangiare, mio padre mi diceva che c’era del chocabeck». Il titolo del disco è quasi un ossimoro perché è pienissimo di musica (sorprendente) e di ospiti (super). Guccini?

Il Giornale.it


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